Le mie "grandi" passioni

Leggo di tutto, ma adoro i romanzi storici, i thriller, i gialli...naturalmente la passione ed il sentimento non devono mancare!
Sono curiosa di tutte le novità e mi piacerebbe poter discutere le mie impressioni con coloro che condividono i miei interessi.



lunedì 19 dicembre 2011

CHRISTMAS IN LOVE 2011 : L'ARTISTA di Irene Pecikar




«Ispettore Walsh, è arrivata questa busta per lei».
Mark Walsh si girò di scatto e si aggiustò infastidito il ciuffo con la mano.
«Chi l’ha portata?» chiese asciutto.
«Non saprei…» gli rispose l’agente Kramer.
«Ma che razza di poliziotto sei?» sbottò l’ispettore. Erano ormai passate 24 ore dalla scomparsa di Elisabeth Cunningan e la polizia annaspava nel buio più completo. Ma a rendere Mark così intrattabile, era il fatto che Beth, oltre a essere la figlia del sindaco, era anche la sua donna. Questo nessuno lo sapeva, altrimenti di motivi per rapirla e vendicarsi di lui ce ne sarebbero stati diversi.
Prese la piccola busta bianca e la rigirò ispezionandola esternamente. Non c’era alcuna scritta.
«Vedi di scoprire chi l’ha portata. Siamo in un comando di polizia, non in un salone di bellezza, diamine!» disse rabbioso andando verso la scrivania a prendere il tagliacarte.
Quel tarlo che lo preoccupava era ora diventato certezza: qualcuno sapeva della sua relazione con Beth. Non si trattava di una persona, ma di una bestia. Lo avevano sopranominato “l’Artista”. Aveva già ucciso tre donne nell’ultimo anno. Il modus operandi era sempre lo stesso: le avvicinava con una scusa facendole salire sulla sua auto. Dopo 48 ore le lasciava di notte in un luogo pubblico in piena vista finché il mattino qualcuno non si imbatteva nel raccapricciante spettacolo. Morivano per asfissia, ma dai segni sul loro corpo venivano prima torturate. Ogni donna rappresentava un dipinto. Stessa acconciatura, perfetta copia dell’abito, uguale posa artistica. La polizia aveva fatto le ricerche del caso, ma non era riuscita a trovare un bel niente. Nessun indizio, nulla che fosse sfuggito alla meticolosa preparazione dell’Artista.
Gli esperti avevano supposto fosse un uomo di bell’aspetto, carismatico forse, che ispirava fiducia. Le tre donne erano state viste allontanarsi su tre diverse automobili, tutte scure, ma nessun altro particolare. Nessuna marca, nessun numero di targa. Nessuna ripresa di telecamere. Nonostante l’Artista si stesse sempre più avvicinando alla polizia, quasi sfidandola, questa non era in grado di individuarlo.
Ora la faccenda era diversa, ora si trattava di qualcosa di molto personale! Il serial killer stava invitando Mark a giocare con lui. Se avesse vinto, Beth sarebbe stata salva... 
Quella mattina si era svegliato proprio di buon umore. Merito della sua donna. Che strano, lui il cinico ispettore Mark Walsh, nipote del fondatore del giornalismo investigativo, si era innamorato. Quando alla cena di gala il sindaco Cunningan gli aveva presentato la figlia Elisabeth, Mark non era riuscito a toglierle gli occhi di dosso. Era rimasto colpito, prima che dal corpo sinuoso, dalla sua freschezza. Quella donna era così diversa da suo padre. Era una persona solare, disponibile, che non si reputava migliore degli altri. Quando Mark le aveva chiesto di ballare, lei aveva accettato subito preferendolo a Jason Carries, l’eccentrico rampollo della famiglia dei più noti industriali della zona.
«Grazie per avermi salvata da quel damerino…» gli aveva sussurrato lei, mentre Mark la stringeva cercando di non apparire goffo nell’improvvisato valzer.
«È stato un piacere, Miss Cunningan» le aveva detto lui sorridendo nella sperava di non far trapelare troppo l’attrazione che stava provando.
«Beth, chiamami Beth. E tu sei Mark, vero? No, non rispondere, lo so già…» aveva continuato lei, appoggiando la sua morbida guancia sul suo collo per parlargli dolcemente nell’orecchio.
Quel contatto gli aveva smosso le viscere. Aveva annusato il profumo dei capelli di Beth, raccolti e composti e se li era immaginati sciolti ricadere sulla schiena nuda.
Era in quel momento che aveva capito che anche lei era attratta e, se avesse avuto un po’ di fortuna, la serata si sarebbe conclusa più che bene. Sempre che non fosse giunta qualche telefonata inopportuna.
Quella sera, più tardi, Beth lo aveva invitato nel suo appartamento. Erano andati via separatamente per non dare nell’occhio. Poi lui l’aveva raggiunta.
Si erano guardati pochi istanti, occhi negli occhi, lui le aveva tolto le forcine, lei gli aveva sorriso sorniona, prima di lasciarsi andare alla passione travolgente.
Si erano spogliati con foga senza badare a preliminari o a etichette, ma concedendosi l’uno all’altra con desiderio.
Era entrato con urgenza nella seta umida di quella donna e aveva assaporato ogni centimetro del corpo bianco e delicato, in contrasto con il suo olivastro e segnato dagli scontri.
I gemiti di lei lo facevano impazzire e accelerare. Erano esplosi di piacere insieme, accasciandosi poi esausti tra le lenzuola.
«Attendevo da tanto questo momento» gli aveva detto a un certo punto Beth guardandolo con occhi adoranti e accarezzando con dolcezza la profonda cicatrice che aveva sulla spalla sinistra.
«Ci siamo conosciuti questa sera…» aveva accennato lui un po’ perplesso.
«Ti ho visto la prima volta al telegiornale due mesi fa. Ho chiesto a mio padre di parlarmi di te, del caso che segui… Non volevo che si insospettisse, ma dovevo conoscerti. Poi ho iniziato a sognarti, sempre più di frequente, e continuavo a vederti sui giornali e in tv, senza mai poterti incontrare… è stata una sofferenza. Infine ho convinto mio padre a invitarti al galà. Avrebbe mandato l’invito solo al capo della Polizia, ma ho sottolineato che tu avresti fatto strada e che avrebbe dovuto averti dalla sua parte… Sono stata egoista, lo so… Mi perdoni?».
Si era gettata poi tra le sue braccia e aveva iniziato a baciargli il collo. Mark non aveva fatto nemmeno in tempo a risponderle, che i loro corpi avevano iniziati a cercarsi bramosi per fondersi di nuovo.
Non era solo passione, ma molto di più, qualcosa che Mark non sapeva ben definire o forse era solo sorpreso. Sorpreso e spaventato. Come poteva un poliziotto come lui avere una donna? L’avrebbe esposta a una serie interminabile di pericoli e l’unica cosa che Mark voleva era proteggerla.
Dopo qualche minuto Kramer era tornato. La sua esitazione fece ribollire l’ispettore. «Allora? Che mi dici, chi è stato a portare questa lettera?».
«Nessuno lo sa, nessuno ci ha fatto caso… Era nel suo raccoglitore, ispettore. Susan dello smistamento l’ha trovata e ha immaginato fosse per lei. E io gliel’ho portata. Questa mattina c’è un via vai, tutti a scambiarsi gli auguri, e nessuno ha visto niente» spiegò l’agente. «Ma non è firmata?».
Mark lo incenerì  con lo sguardo. «Vi voglio tutti, nessuno escluso, in sala riunioni fra cinque minuti!» ordinò.
Rilesse quel messaggio sibillino, avrebbe voluto passarlo alla Scientifica per le impronte, e qualsiasi traccia avrebbero potuto scovare, ma non poteva, non ufficialmente almeno. Però aveva qualche favore da farsi restituire. Prese la cornetta e compose il numero del laboratorio.
«Sono Mark, ho bisogno che tu mi renda quel favore… Ti mando una busta, dimmi tutto quello che riesci a scoprire».
«Sto per lasciare la città per festeggiare il Natale con la mia famiglia. Per quando?» chiese la calda voce femminile.
«Per ieri!» rispose irritato l’ispettore.
Poi si avviò  verso la sala riunioni. Avrebbe redarguito tutti: com’era possibile che qualcuno si fosse introdotto in centrale e fosse passato inosservato? Per fortuna c’erano delle telecamere. Avrebbe messo due agenti a rivedersi tutti i filmati, prima o poi sarebbe saltato fuori qualcosa.
Dopo la riunione Mark Walsh si allontanò e si diresse verso il laboratorio.
Marie Ann aveva i capelli biondi ossigenati legati in una coda e indossava il suo camice bianco con i primi bottoni sapientemente aperti così da far intravvedere i grossi seni. Ma a Mark non faceva più alcun effetto. La loro tormentata relazione era finita da qualche mese. Marie Ann era una donna non abituata a un no, come risposta, e cercava di ottenere sempre tutto sfruttando la sua avvenenza. Non si era mai posta limiti, Mark lo sapeva bene, ma non l’aveva mai giudicata: in guerra e in amore tutto era lecito. Erano in molti a essersi infilati nel suo letto in cambio di varie cortesie. E la maggior parte di loro era stata mollata senza remore appena lei aveva raggiunto il suo scopo.
Mark l’aveva coperta quando la donna aveva contaminato distrattamente una delle possibili prove dell’Artista. Da qui il favore che lui stava ora rivendicando.
«Cosa hai scoperto?» chiese Mark saltando i convenevoli.
Lei gli si avvicinò, posando quasi le labbra carnose su quelle di Mark, nell’indifferenza di quest’ultimo.
«Non ho tempo da perdere con i tuoi giochetti…».
«Ok, va bene… come sei diventato noioso, ispettore…» disse la donna avvicinandosi al pc. «Esternamente ci sono tre impronte. Le tue, quelle di Susan e quelle di Greg… Kramer. Sul cartoncino interno quella di Elisabeth Cunningan, la figlia del sindaco. La conosci, giocate insieme?» chiese curiosa Marie Ann.
Mark esitò  un attimo. Com’era possibile che ci fossero proprio le impronte di Beth?
Ricordò  le parole del messaggio: “Sono a un passo da te. Se tu saprai giocare, e vincere questa volta, non mi sottrarrò alla resa. E' così estenuante non avere un rivale come si deve. Vuoi giocare con me Mark Walsh e salvare la tua Beth? Unica regola: solo tu e io”.
Ora questo messaggio aveva un suono sibillino. Forse lui aveva frainteso, forse era solo un gioco di Beth. No, non aveva senso. Tutta la polizia della Contea la stava cercando, Beth non avrebbe giocato in questo modo perverso. Mark iniziò a pensare all’ultima volta che si erano visti, a cosa lei gli aveva detto. Sì, ora ricordava: voleva trascorrere il Natale con lui sul lago. Lì non c’era segnale per i cellullari, non c’erano telefoni, né corrente… «Solo tu e io» gli aveva detto.
C’era qualcosa che sfuggiva al poliziotto e altro che non tornava all’uomo innamorato. Come mai non aveva capito che persona piccola e meschina era la sua donna? Perché se davvero era andata alla baita al lago senza darne notizia a nessuno, creando tutto quel subbuglio, allora era davvero una bambina capricciosa ed egoista.
I suoi pensieri balenarono confusi in ogni direzione, mentre premeva forte sull’acceleratore della sua auto. Aveva trascorso da un mese ogni momento libero con quella donna e non si era accorto di che persona fosse. Lei lo aveva ingannato, stregato. E lui si era lasciato ammaliare. Che razza di poliziotto era? Continuava, però, a esserci una nota stonata in quella congettura… Ripensò allo sguardo sincero e pulito di Beth, ai discorsi che avevano fatto. Lei era una donna splendida, una mente brillante e aveva sempre una buona parola per tutti. Faceva volontariato all’ospedale, si occupava dell’orfanotrofio, non poteva essere solo una facciata per la campagna elettorale di suo padre ormai alle porte. 
Quando arrivò  alla baita, Mark notò l’auto di Beth e un presentimento si inerpicò sulla sua schiena facendogli accapponare la pelle.
Estrasse la pistola e la torcia e cauto entrò dalla porta sul retro. All’interno era tutto buio, solo nel salone c’era ancora qualche brace nel camino a illuminare con luce fievole la stanza. E lì, sul divano, Mark notò la sagoma di una donna. Si intravvedeva un’acconciatura importante, come una dama di un’altra epoca… L’adrenalina gli andò a mille. Era Beth. Indossava un abito antico ed era sistemata in una posa innaturale. Quando Mark si avvicinò, si accorse che aveva un cordino di cuoio stretto al collo. Se avesse tardato il cuoio, ancora bagnato, si sarebbe asciugato del tutto strangolandola.
Beth respirava ancora, anche se debolmente, ma era svenuta.
Mark mise della legna nel camino e in breve la fiamma viva rischiarò la stanza.
«Beth, riprendenditi! Sono Mark! Amore, forza!» urlava mentre cercava di infilare il temperino sotto il cordino con attenzione per reciderlo e senza farle del male con la lama affilata.
Quando la gola della donna fu libera, Beth inspirò rumorosamente. La fame d’aria si placò pochi istanti dopo, quando riaprì gli occhi.
«Lei…» cercò di dire la sua donna tossendo.
«Non parlare, riprenditi prima» le disse Mark sollevandola e facendola adagiare sul letto.
«Mark, ascoltami… lei ha detto che se fossi sopravissuta dovevo dirti che questo era il suo regalo di Natale. Se sono viva, tu hai giocato con lei, solo con lei? Chi è l’Artista, Mark? Chi mi ha fatto questo?».
Mark Walsh capì che per tutto il tempo l’Artista era stata a un passo da lui. Poteva agire indisturbata e nessuno avrebbe mai sospettato di lei.
«Tu l’amavi?» gli chiese con un filo di voce Beth.
«No! Non l’ho mai amata!» urlò tutto il suo disprezzo Mark. «Ma lei questo lo sa» aggiunse. 
Il giorno dopo Mark e Beth trascorsero il Natale a casa del sindaco. Mark non aveva mai passato il Natale in una casa così sontuosa, né tanto meno intrisa di tradizione. Lui aveva sempre evitato le feste in famiglia, ma quella gli era sembrata una benedizione. Un Natale speciale, da festeggiare, accanto alla sua amata Beth.
Marie Ann aveva abbandonato in fretta e furia il suo appartamento e nessuno sapeva dove si fosse dileguata. Avevano scoperto che il nome che con cui la conoscevano era falso e la FBI aveva ipotizzato che si spostasse lungo il Paese e che forse aveva compiuti altri delitti. Era una donna scaltra.
L’indomani anche Mark avrebbe continuato a investigare,era una questione personale, ma quella giornata era dedicata alla sua donna. Nel pomeriggio avevano raggiunto l’appartamento di Beth e si erano amati come non mai.
«Sono un pazzo a farti correre questo rischio. Perdonami.»
«Saresti un pazzo a lasciarmi da sola in balia degli eventi, Mark Walsh. Ti amo e accanto a te mi sento al sicuro».
«Al sicuro, dopo quello che ti è successo?» protestò Mark stringendola forte.
«Niente è più importante che stare insieme a te…».
«Ti amo, Beth» le sussurrò Mark. «Farò in modo che non ti succeda mai più nulla di male» aggiunse baciandola con ardore. 
Nell’albergo di fronte una donna con un caschetto nero aveva ascoltato quell’intima conversazione.
«La pausa natalizia sta per finire, ispettore Mark Walsh. Tra poco dovrai giocare di nuovo con me…» aveva detto l’Artista terminando con una cantilena inquietante.




IRENE PECIKAR nasce a Trieste nel 72, dove vive con i tre figli e il marito. È molto amante degli animali che nella sua casa non potrebbero mai mancare. Dopo studi scientifici, si è dedicata alla sua viscerale passione per la scrittura seguendo corsi di giornalismo, di correzione bozze e iniziando a collaborare come editor freelance con alcune piccole case editrici.
Attualmente collabora con siti e riviste - tra cui la neonata "Romance Magazine" - occupandosi di articoli letterari, recensioni e interviste.
Scrive racconti di vita vissuta per alcune riviste femminili tra cui "Confidenze" e "Vera"
Cura il blog "Tuttosuilibri", con l’intento di sostenere autori emergenti meritevoli.
Predilige il genere noir, giallo, horror, paranormal, meglio se imporporato di passione.
HA PUBBLICATO:  "L'antico profumo di gelsomino", suo romanzo d'esordio, seguito da "Transilvania love" e "Segreti" editi da Edizioni R.E.I. .
Inoltre è presente nell'antologia "365 Racconti Horror per un anno" e "Il magazzino dei mondi" (Delos Books).

VISITA IL SUO SITO: http://www.tuttosuilibri.com/


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