Le mie "grandi" passioni

Leggo di tutto, ma adoro i romanzi storici, i thriller, i gialli...naturalmente la passione ed il sentimento non devono mancare!
Sono curiosa di tutte le novità e mi piacerebbe poter discutere le mie impressioni con coloro che condividono i miei interessi.



giovedì 27 dicembre 2012




La fine dell'anno è ormai molto vicina; mi piacerebbe chiuderlo con l'affetto più tenero che noi possiamo provare.
Ecco una storia molto dolce.

Ho tre cioccolatini

di Emiliana De Vico

Ho tre cioccolatini. Uno fondente, uno al 70% di cacao e uno leggermente al latte. Sono dolci, piccanti e un poco impertinenti. Dipende dai giorni. Li ho trovati che stavano immobili, stretti l’uno all’altro come fratelli. Senza nessun abbellimento superfluo. Puri e nudi. Li ho scelti perché… perché? Ci devo ancora riflettere. Ma di getto posso dire che li ho voluti per il colore, il sapore, l’idea di dolcezza che ho nella mente. Ora corrono, saltano, si spingono, in netto contrasto con la staticità di un tempo. Una vita fa stavano lontani da tutto. Nell’angolo di un alloggio troppo grande e immacolato per essere una casa dei bambini. Niente briciole a terra, muri dipinti a macchie di leopardo, né musica nell’aria. 
Ho scelto loro per il “non sguardo”. Non mi guardavano mai. Se ne stavano in disparte dal gruppo dei piccini che sfacciatamente si offriva ai pochi, troppo pochi, genitori adottivi. Timorosi di sperare ancora in una casa accogliente. Delusi da mille tentativi falliti. In quel mercato di affetto la compravendita del futuro faceva ribrezzo. La morbosa ricerca di una carezza pura, troppo brutale per mani gentili e grassottelle che avrebbero dovuto conoscere solo la consistenza dei giochi. Ho scelto loro perché mi hanno rifiutata. Scartando a priori la mia capacità di amare. Stringendo forte la mano di mio marito li ho amati in un istante. – Li voglio! - ho detto sfrontatamente alla direttrice dell’orfanotrofio, insistendo nell’abbracciarli con gli occhi. 
– Signora, ma sono tre. Ne può prendere solo uno. 

- E questo chi l’ha detto? 

Ho aspettato per mesi, affamata di quel dolce cioccolato negato. Ora, finalmente, i miei piccoli bon bon sono qui. Ancora vicini l’uno all’altro. Finalmente fratelli. Pronti per essere mangiati di baci. Li guardo e tocco la loro pelle scura. In cambio mi annegano in un denso, colorato e saporito amore bambino.

martedì 25 dicembre 2012

"Conseguenze" di Luca Romanello

Oggi, 25 dicembre, un racconto a tema natalizio piuttosto originale, che ci offre molti spunti di riflessione.
L'autore è Luca Romanello, giovane, ma già affermata, penna, di cui sentirete parlare ben presto...


Conseguenze
di Luca Romanello

«Tu non sai ciò che hai fatto», mi accusa il vecchio.
Stringo ancora la Beretta in mano. La sento confortevole, anche dopo lo scossone dello sparo. Il barbone è a terra, tra la credenza e l'albero di Natale, e si copre la ferita con le dita guantate. Cerca di frenare l'emorragia, o di far passare il dolore, ma l'ho preso in pieno petto. Non ne ha per molto.

«Babbo Natale non esiste, Carlo. Sono mamma e papà che ti comprano i regali», afferma con decisione mio padre.
Trattengo le lacrime. Vorrei urlargli contro che non è vero, che è un bugiardo, ma riesco solo a emettere un guaito. Manco fossi un cane.
«Caro...»
«Tu zitta!» la interrompe. E forse lo odio più per quello che non per quanto mi sta dicendo. «È grande abbastanza per smettere di credere nelle stupidaggini!»
«Ma ha solo sette anni!»
«Silenzio!»
Il rumore della sberla è secco, breve. L'unica differenza con gli schiaffi che ricevo io è che il suono non mi rimbomba nella testa. E non sento il gusto del sangue, in bocca.
Mamma abbassa il capo. Tira su col naso.
«E adesso, Carlo, ripeti con me: Babbo Natale non esiste.»
Ho paura di guardarlo negli occhi.
Mi prende per le spalle. «Carlo?»
«Babbo Natale...»
«Sì?»
«Babbo Natale esiste!» gli urlo in faccia. «Esiste, va bene? Sei tu che non devi esist...»
Secco. Breve. Sangue.

È il gusto che ho in bocca, ancora dopo tutti questi anni. Ho smesso di credere a Babbo Natale. Tutto sommato è forse l'unica cosa buona che mi ha lasciato quel bastardo di mio padre: non credere nelle favole, mai.
D'altra parte, cosa avrei dovuto pensare di questo svitato che si è intrufolato in casa nostra? Non ha nemmeno il vestito rosso, né vedo slitte parcheggiate qui fuori. Violazione di domicilio. Certo, ci rovinerà il Natale, ma in fondo il 25 dicembre è un giorno come gli altri.
«Tu non sai ciò che hai fatto», ripete.
Un singhiozzo, alle mie spalle. Sento la schiena irrigidirsi in un brivido freddo.
«Papà?»
Cerco di dominare il tono della voce. «Nichi, vai via!» farfuglio.
«Papà, ma quello...»
«Ho detto vai...» comincio, voltandomi. Mi blocco. La faccia di mio figlio è un cencio informe, solcato da lacrime spesse, davanti all'espressione sbigottita di mia moglie.
In quel momento va via la luce. Prima quella dell'appartamento, poi quella dei lampioni in strada.
Nel buio della stanza, la luna si riflette negli occhi di Nichi. E d'improvviso, mentre percepisco distintamente la vita abbandonare il corpo del vecchio, capisco cosa sta succedendo.
Qualcuno urla, dalla strada.
Corro a guardare verso il cielo, come per seguire qualcosa di invisibile. Le stelle si spengono. Una per una. Prima le più lontane, poi le più vicine, con una velocità che ha dell'irreale.
Le ultime sono gli occhi di Nichi, davanti all'altra finestra.
«Ho paura», dice a sua madre.
In quell'ultimo istante, sono solo.